In queste settimane il dibattito pubblico sulla riforma della giustizia — e in particolare sul tema della separazione delle carriere tra pubblico ministero e giudice — è diventato estremamente acceso.
Personalmente ho scelto di non intervenire nel confronto quotidiano non perché non abbia un’idea sul voto: al contrario, andrò certamente alle urne ed esprimerò la mia preferenza.
Ho però deciso di non partecipare alla discussione pubblica (sono stato contattato da comitati del SÌ e comitati del NO) per una ragione molto semplice: non mi è piaciuta l’impostazione con cui la politica ha trasformato questo momento.
Una riforma di carattere costituzionale, che riguarda l’equilibrio tra i poteri dello Stato e l’assetto della giustizia, avrebbe meritato un confronto “di merito”, serio e approfondito.
Invece, lo abbiamo visto, una gazzarra fumosa, un dibattito progressivamente ridotto a una delle semplificazioni più povere possibili:
se sei a favore del governo “vota sì”
se sei contro il governo “vota no”.
Nulla di più sbagliato, una semplificazione che ha finito per politicizzare una riforma istituzionale, che gli elettori avrebbero dovuto valutare sulla base degli effetti prodotti (eventualmente) nel lungo periodo per il sistema democratico e per i cittadini.
Per questo ho preferito rimanere in silenzio e limitarmi, solo adesso, alla pubblicazione di un contributo alla riflessione collettiva.
Il più possibile ragionata sui possibili effetti della riforma per gli amici che (leggendola) potranno utilizzare per farsi un’idea propria.
L’equilibrio tra i poteri dello Stato è uno dei pilastri fondamentali di ogni democrazia costituzionale.
Il potere legislativo e quello giudiziario devono operare nel rispetto reciproco delle proprie competenze, senza invasioni di campo e senza sovrapposizioni che possano alterare il corretto funzionamento delle istituzioni.
Negli anni abbiamo assistito a diversi casi in cui governi nazionali o regionali sono stati fortemente colpiti mediaticamente a seguito di indagini che, in alcuni casi, non hanno poi portato a condanne definitive.
Quando questo accade, il danno politico e reputazionale è spesso già irreversibile.
Un episodio che segnò profondamente il clima politico italiano fu quello che coinvolse il primo governo guidato da Silvio Berlusconi, quando ricevette un avviso di garanzia durante il vertice del G7.
Al di là del merito giudiziario, quell’episodio contribuì a consolidare un fenomeno che in Italia è diventato ricorrente: l’avviso di garanzia percepito dall’opinione pubblica come una condanna anticipata.
Il punto, naturalmente, non può essere quello di mettere in discussione l’autonomia della magistratura — principio costituzionale imprescindibile — ma interrogarsi su un equilibrio complessivo che coinvolge magistratura, politica e sistema mediatico.
Su questo passaggio c’è unanimità, le differenze sembrano “sul come raggiungere questo obiettivo sacrosanto”.
Uno dei punti centrali della riforma riguarda la separazione delle carriere tra magistratura requirente (pubblici ministeri) e magistratura giudicante (giudici).
Oggi entrambe le funzioni appartengono allo stesso ordine della magistratura e, nel corso della carriera, è possibile passare dal ruolo di pubblico ministero a quello di giudice e viceversa.
La riforma propone una distinzione più netta tra questi due percorsi professionali.
Uno dei principali argomenti a favore della riforma riguarda la percezione di imparzialità del giudice.
Separare le carriere potrebbe rafforzare l’idea che chi giudica sia completamente distinto da chi accusa, aumentando la fiducia dei cittadini nella terzietà del tribunale.
Dall’altra parte, però, i detrattori della riforma sostengono che l’attuale sistema garantisce una cultura giuridica comune tra magistrati requirenti e giudicanti.
Questa unità professionale consente oggi una maggiore condivisione di formazione e principi interpretativi.
Separando le carriere si potrebbe quindi guadagnare in percezione di imparzialità, ma perdere parte di quella omogeneità culturale che caratterizza oggi la magistratura.
Il processo penale italiano è formalmente basato su un modello accusatorio, in cui accusa e difesa si confrontano davanti a un giudice terzo.
Secondo i sostenitori della riforma, la separazione delle carriere renderebbe questo modello più coerente: il pubblico ministero diventerebbe chiaramente una delle parti del processo, sullo stesso piano della difesa.
Tuttavia, i critici della riforma sollevano un rischio opposto: separare le carriere potrebbe nel tempo avvicinare il pubblico ministero all’area dell’esecutivo, come avviene in altri sistemi giuridici e ricevere maggiore esposizione dell’azione penale a possibili pressioni politiche.
Un ulteriore possibile vantaggio della riforma è la maggiore chiarezza istituzionale: ruoli e funzioni diverrebbero più distinti e più facilmente comprensibili anche per i cittadini.
Tuttavia, molti osservatori (fra i contrari) sottolineano che questa riforma — pur rilevante sul piano costituzionale — non interviene su altri problemi strutturali della giustizia italiana, come durata dei processi, carenza di personale, organizzazione degli uffici e digitalizzazione del sistema giudiziario
In altre parole, I contrari sostengono che la riforma potrebbe migliorare alcuni aspetti dell’architettura istituzionale, ma non incidere direttamente su molte delle difficoltà che i cittadini incontrano nella giustizia quotidiana.
Un elemento che dovrebbe far riflettere è che il tema della separazione delle carriere non appartiene storicamente a una sola parte politica.
Nel corso degli anni sono state avanzate proposte simili da esponenti appartenenti a schieramenti diversi.
Questo dimostra che la questione riguarda l’architettura istituzionale dello Stato, non il destino di un singolo governo.
Ed è proprio per questo che sorprende vedere il dibattito pubblico ridotto quasi esclusivamente a uno scontro politico senza ch vi sia stata realmente offerta la possibilità di comprendere fino in fondo la riforma.
Non si è discusso abbastanza di quali siano le novità introdotte, di quali possano essere i benefici, di quali possano essere i rischi
Questo dovrebbe essere il cuore del confronto in ogni riforma costituzionale, perché in una democrazia matura, un voto dovrebbe essere guidato da una domanda semplice: questa riforma migliorerà o peggiorerà l’equilibrio istituzionale e il funzionamento della giustizia nel lungo periodo?
Non se conviene a questo o a quel partito o se rafforza o indebolisce il governo di turno.
BUON VOTO (il referendum non prevede quorum: chi vota decide per tutti)

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