martedì 31 marzo 2026

ASILO NIDO di POZZO: LE FAMIGLIE ASPETTANO RISPOSTE.


Il nuovo asilo nido comunale nasce all’interno di un grande investimento nazionale ed europeo.

Ho scritto più volte della questione PNRR, anche con alcuni interventi radiofonici.


Parliamo di risorse importanti, obiettivi ambiziosi e scadenze precise.


Per mesi, anche a Pozzo d’Adda, il messaggio è stato chiaro: i lavori procedono senza intoppi.


Si è parlato di un cantiere in linea con il cronoprogramma, con conclusione prevista entro novembre e con la certezza – riportata anche sulla carta stampata – che “nell’anno scolastico 2025-2026 il Comune potrà finalmente contare su questo servizio”.


Ancora prima, si era arrivati a indicare settembre come possibile momento di avvio.

Le famiglie, comprensibilmente, si sono organizzate in coerenza con queste scadenze.


Le immagini diffuse con entusiasmo sui social, a fine 2025, mostravano una struttura apparentemente in fase avanzata.


Le famiglie si sono fidate.

E hanno iniziato a organizzare lavoro, tempi e vita quotidiana sulla base di queste informazioni.


Oggi, però, la situazione appare meno chiara.

Dal Comune trapela un evidente imbarazzo: settembre non è più una scadenza credibile e anche novembre non rappresenta più una certezza.


Il progetto resta fondamentale e atteso da anni — ne scrivevo già nell’agosto 2022.

Un intervento importante, legato a un investimento del PNRR pensato per aumentare l’offerta educativa, sostenere le famiglie e favorire il lavoro.


Un progetto inserito in una strategia più ampia, che punta a garantire servizi per la prima infanzia più diffusi, moderni e accessibili.


Ma un asilo nido non è un annuncio.

È un servizio essenziale, su cui le persone costruiscono scelte concrete.


I cronoprogrammi possono cambiare.

Ma le informazioni devono essere chiare, soprattutto quando incidono direttamente sulla vita delle famiglie.


Oggi manca proprio questo: chiarezza sui tempi reali e su ciò che è cambiato rispetto a quanto comunicato finora.


Sono passati 1.322 giorni.

Nel frattempo sono usciti altri bandi e, in molti territori, questi interventi sono andati avanti. Sono stati completati, senza ricorrere a cronoprogrammi continuamente aggiornati.


Qui, invece, restano domande senza risposta.

E restano le famiglie, che chiedono semplicemente di poter programmare la propria vita con un minimo di certezza.

SPERIAMO …


AM 

sabato 28 marzo 2026

POZZO, AMAREZZA e DELUSIONE

Oggi vi parlerò di sicurezza e isolamento di Pozzo d’Adda: il prezzo della mancata collaborazione, dell’incapacità dei nostri amministratori di uscire da logiche microscopiche dettate da politiche da orticello.


Un segnale di allarme era già evidente da tempo. Da osservatore (quale sono) lo avevo percepito e condiviso – anche pubblicamente – quando il Comune di Pozzo d’Adda ha scelto di acquistare, con risorse proprie di bilancio, un’autovettura da 30.000 euro per l’unico agente di Polizia Locale in servizio.


Sì, perché a Pozzo d’Adda c’è un solo agente.

Un dato che rappresenta non solo un record negativo, ma anche una criticità strutturale nota da anni. Recentemente, in un commento su Facebook, avevo evidenziato la necessità di arrivare in campagna elettorale per affrontare questi temi, ma ho scelto di anticipare queste considerazioni.


La difficoltà del Comune nel relazionarsi con un sistema sovracomunale è una condizione che ha progressivamente portato a una marginalizzazione evidente.


Alla base di questa situazione c’è una precisa impostazione amministrativa. La logica dell’“orticello”, fatta di chiusura e autosufficienza, ha caratterizzato anche questa legislatura, in piena continuità con il passato. 

Rispetto agli anni precedenti, oggi si percepiscono anche maggiore arroganza e presunzione.


Un dato su cui chi governa dovrebbe interrogarsi è semplice: nessuno vuole collaborare con Pozzo.


Questo approccio ha escluso Pozzo d’Adda dai principali tavoli di collaborazione tra Comuni.


Oggi, dopo 53 mesi di mandato, è inevitabile iniziare a fare un bilancio. E sulle politiche della sicurezza il giudizio appare chiaro: il risultato è un fallimento.

Dall’esclusione alla marginalità il passo è stato breve.

All’inizio della legislatura, il Comune è stato escluso dall’Ufficio unico di Polizia Locale di Vaprio. I successivi tentativi di collaborazione con Masate, Basiano, Grezzago e Inzago non hanno prodotto risultati concreti.


Nel frattempo, altri Comuni del territorio hanno scelto una strada diversa: fare rete, costruire convenzioni, collaborare per accedere a opportunità e finanziamenti.

A Pozzo d’Adda, invece, ci si autoescludeva mentre si inseguivano operazioni di immagine – tra panzerotti e iniziative di facciata.

Questa scelta di autosufficienza oggi presenta il conto.


Regione Lombardia ha recentemente stanziato oltre 4,3 milioni di euro per sostenere i Comuni nell’acquisto di dotazioni tecnologiche, sistemi di videosorveglianza e veicoli per la Polizia Locale.

Il bando ha finanziato 183 progetti, coinvolgendo oltre 370 enti locali in tutta la Lombardia, spesso in forma associata.

Pozzo d’Adda non compare tra i beneficiari. 

E non si tratta di una casualità, ma della conseguenza diretta di scelte amministrative, lo scrissi già a novembre 2025, non perché avessi una sfera di cristallo, ma perché i requisiti erano chiari: potevano partecipare i Comuni con almeno tre operatori di Polizia Locale a tempo indeterminato oppure aggregati in forme associative.


Una condizione che escludeva automaticamente Pozzo d’Adda.


E mentre molti territori hanno saputo cogliere l’opportunità, numerosi Comuni hanno ottenuto contributi significativi grazie alla capacità di fare sistema. Tra questi:


- Brembate e Capriate San Gervasio: 39.988 € finanziati  

- Carugate e Pessano con Bornago: 50.000 €  

- Cassano d’Adda: 20.000 €  

- Cernusco sul Naviglio: 20.000 €  

- Gorgonzola: 19.367 €  

- Melzo: 20.000 €  

- Pioltello: 20.000 €  

- Segrate: 20.000 €  

- Sesto San Giovanni: 18.018 €  

- Trezzo sull’Adda: 19.758 €  

- Unione Comuni Adda Martesana: 39.842 €  

Questi finanziamenti hanno permesso di investire in strumenti fondamentali per la sicurezza urbana: veicoli, tecnologie, sistemi di controllo e dotazioni operative avanzate.

E i 30.000 euro di risorse proprie per l’acquisto dell’auto, senza alcun cofinanziamento, ne sono la conseguenza diretta.

Il tema non è l’acquisto del veicolo in sé. È evidente.


Il punto centrale è l’assenza di una visione strategica.

Pozzo deve uscire dalla logica del “paesello dei parenti e amici dei parenti” e iniziare a ragionare in termini di sistema.

Investire nella sicurezza oggi significa costruire un modello integrato: collaborare con altri enti, condividere risorse, accedere a finanziamenti esterni e pianificare interventi strutturali.

Aver scelto l’isolamento ha significato rinunciare a tutto questo.

Dopo oltre quattro anni di legislatura, il quadro che emerge è chiaro: un progressivo indebolimento del sistema locale di sicurezza.

Non è solo una questione amministrativa, ma il risultato di scelte politiche precise.

Scelte che oggi presentano il conto.


PS - mi dicono che - essendoci solo un agente in paese - l’auto da 30.000 euro viene usata per uscite di rappresentanza 

Hai capito il Grillino… 😂

domenica 22 marzo 2026

REFERENDUM, PRIME RIFLESSIONI

La tornata referendaria in corso sta già offrendo indicazioni interessanti, pur non essendo ancora conclusa: si voterà infatti anche nella mattinata di domani, lasciando ancora spazio alla partecipazione.

Proprio per questo, il primo elemento da sottolineare resta l’invito ad andare alle urne, perché in questo caso si tratta di un referendum confermativo che non prevede quorum.

Questo significa che saranno esclusivamente i cittadini che scelgono di votare a determinare l’esito finale, senza possibilità che l’astensione incida sulla validità della consultazione.


I dati raccolti finora mostrano una crescita dell’affluenza rispetto al passato, con un incremento che si aggira attorno al 10%. 


È un segnale significativo, che indica una rinnovata attenzione verso lo strumento referendario e, più in generale, una maggiore disponibilità alla partecipazione civica.


Entrando nel merito dei singoli comuni, Pozzo d’Adda continua a rappresentare una realtà particolare. Negli ultimi dieci anni il comune è cresciuto molto dal punto di vista demografico, arrivando quasi a raddoppiare la propria popolazione, e questa trasformazione si riflette anche nella partecipazione elettorale, che resta più bassa rispetto ad altri centri della zona, con percentuali che si collocano mediamente tra il 42% e il 44%. 


Tuttavia, si intravedono segnali di vitalità: un lento risveglio che potrebbe tradursi, nel medio periodo, in una maggiore presenza anche in vista delle prossime elezioni amministrative.


Una partecipazione più stabile si osserva invece a Basiano e Masate, che rappresentano un interessante parallelo territoriale. 

Basiano si attesta su valori compresi tra il 43% e il 47%, con una media attorno al 46%, mostrando una partecipazione regolare e senza particolari picchi. 

Masate, pur con numeri simili, evidenzia una dinamica leggermente più vivace, con percentuali che oscillano tra il 45% e il 49% e una punta che supera il 55% in una sezione: un segnale di maggiore mobilitazione in alcune aree, pur all’interno di un quadro complessivamente equilibrato. 

In entrambi i casi si tratta di comunità piccole ma con una partecipazione tutto sommato solida e coerente.


Sempre su livelli intermedi si colloca Trezzano Rosa, con affluenze tra il 40% e il 46%, mentre Cassina de’ Pecchi si conferma tra i comuni più attivi, con percentuali spesso comprese tra il 48% e oltre il 52%, e punte che arrivano anche al 54%, segno di una partecipazione diffusa e strutturata.


Molto significativo è anche il dato di Bussero, che si colloca stabilmente sopra il 50% nella maggior parte delle sezioni, con valori che arrivano fino al 56%. È una delle realtà più partecipative del territorio e questo dato può avere anche una lettura politica, considerando la tradizione del comune.


Trezzo sull’Adda presenta valori generalmente compresi tra il 43% e il 49%, con alcune sezioni che si avvicinano al 47%, mostrando una buona tenuta complessiva. Gessate si attesta su livelli medio-alti, tra il 48% e il 52%, con punte che sfiorano il 54%, mentre Carugate conferma una partecipazione diffusa tra il 47% e oltre il 52%, con alcune sezioni che arrivano vicino al 53%.


In questo contesto si inserisce Pessano con Bornago, che mostra livelli di affluenza tra il 46% e il 53%, con punte che superano il 60% in alcune sezioni: uno dei dati più alti dell’intero territorio, che evidenzia una comunità particolarmente coinvolta e omogenea nella partecipazione.


Diverso ma altrettanto interessante è il caso di Pioltello. Qui il dato complessivo si attesta attorno al 43-49%, ma ciò che emerge con forza è la forte differenza tra le sezioni: si passa da aree sotto il 30% fino a realtà che superano il 52-58%. È una partecipazione disomogenea, che riflette le diverse caratteristiche sociali del territorio e mette in evidenza come il coinvolgimento civico non sia uniforme.


Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un territorio vivo, in cui la partecipazione appare in crescita e in alcuni casi particolarmente significativa, con diversi comuni ormai stabilmente sopra o attorno al 50%. 

Proprio per questo, con le urne ancora aperte domani, l’invito resta quello di andare a votare: in un referendum senza quorum, ogni singolo voto conta allo stesso modo e contribuisce direttamente a determinare il risultato finale.


AM


mercoledì 18 marzo 2026

ANCORA SULLA BOCCIOFILA di POZZO

È bastato il post di ieri (http://andreamaggio.blogspot.com/2026/03/pozzo-sulla-questione-bocciofila.html) e una telefonata per smuovere le acque?  

Non è possibile dirlo con certezza, credo di no, ma oggi arrivano finalmente alcuni chiarimenti rispetto alla convenzione.

Facciamo un passo indietro.

La Giunta comunale ha riconosciuto il pubblico interesse della proposta relativa alla riqualificazione e gestione della bocciofila comunale “1° Maggio” in località Bettola.

Questo passaggio chiarisce l’impostazione dell’intervento: non si tratta di una semplice gestione, ma di una concessione, in cui il soggetto privato realizza gli interventi e gestisce l’impianto.

Dopo la cessazione della precedente gestione nel dicembre 2024, il Comune di Pozzo d’Adda ha individuato come nuovo soggetto l’ASD Bocciofila Canonichese, associazione non locale. 

L’affidamento avviene ai sensi dell’art. 5 del d.lgs. 38/2021 e consente l’assegnazione diretta in presenza di una proposta ritenuta di pubblico interesse.

La convenzione disciplina in modo puntuale i rapporti tra Comune e gestore. 

L’associazione si occupa degli interventi di riqualificazione e della gestione per un periodo di 10 anni, senza possibilità di rinnovo automatico. Alla scadenza, l’impianto torna nella piena disponibilità del Comune.

L’impianto presenta diverse criticità e necessita di interventi su impianti, coperture, servizi igienici e spazi interni. 

I lavori sono a carico del concessionario, così come la manutenzione ordinaria e la gestione complessiva della struttura. Restano invece in capo al Comune la manutenzione straordinaria, i costi delle utenze e le funzioni di controllo.

Dal punto di vista economico, la gestione è impostata senza corrispettivo da parte del Comune.

Non è previsto alcun canone per i primi cinque anni, a compensazione degli investimenti iniziali. Dal sesto anno è previsto un canone annuo di 2.500 euro oltre IVA. Il gestore dovrà inoltre prestare garanzie fideiussorie e dotarsi di coperture assicurative.

La convenzione prevede obblighi precisi: divieto di sub-concessione, obbligo di accessibilità, rispetto del piano gestionale, rendicontazione annuale e possibilità di controlli da parte del Comune.

È inoltre prevista la possibilità di risoluzione in caso di inadempimento e il diritto di recesso dell’Amministrazione per motivi di interesse pubblico.

La relazione di congruità del Segretario comunale attesta la coerenza della proposta sotto il profilo tecnico, gestionale ed economico-finanziario, evidenziando le finalità di aggregazione sociale, inclusione e promozione sportiva.

L’aspetto più importante che intendevo leggere era il modello adottato.

Si tratta della concessione di servizi: il rischio operativo e l’investimento sono in capo al gestore, mentre il Comune mantiene la proprietà dell’impianto e il ruolo di indirizzo e controllo. 

Con questo atto si avvia quindi un nuovo percorso per il recupero e l’utilizzo della bocciofila comunale.

martedì 17 marzo 2026

POZZO, SULLA QUESTIONE BOCCIOFILA...

Sulla questione della bocciofila credo sia utile una riflessione pacata, che tenga insieme sia il merito delle scelte sia il metodo con cui vengono prese.

Il Comune, va detto, non ha perso tempo nel comunicare: "...martedì scorso è stata approvata la delibera di Giunta che dà il via libera alla bozza di convenzione per la gestione".

Tuttavia, a distanza di giorni, la delibera non risulta ancora pubblicata. 

Un fatto grave: è un passaggio fondamentale per garantire trasparenza e permettere ai cittadini di conoscere e comprendere le decisioni assunte.

Le delibere, infatti, acquistano efficacia con la pubblicazione: nella pubblica amministrazione la forma è sostanza.

Non ho mai nascosto di essere, da decenni, un “malato” di pubblica amministrazione: per me le pubblicazioni sono l’essenza. 

Leggere delibere e determine è, incredibilmente, uno dei momenti più belli della giornata 😆


I documenti non vanno semplicemente letti: vanno studiati.

Proprio per questo ho sempre mantenuto una certa distanza da quella che viene spesso definita “politica degli annunci”. 

È un approccio che non mi appartiene: prima vengono gli atti, poi eventualmente la comunicazione.

Sono per i fatti e amo profondamente gli atti pubblici.

Prima gli atti, poi – se serve e per chi desidera – le passerelle.

Anche durante il mio mandato da assessore ai lavori pubblici, pur avendo portato a termine opere importanti (diversi milioni di euro) non ho mai sentito la necessità di partecipare ad inaugurazioni o momenti celebrativi, lasciando volentieri spazio ad altri.

È bene dirlo chiaramente: l’affidamento diretto, anche al precedente gestore, è uno strumento possibile. 

Non è di per sé illegittimo. 

Tuttavia, proprio perché è una scelta discrezionale, deve poggiare su basi solide ed essere adeguatamente motivata.

La situazione, peraltro, non appare del tutto neutra

Nei mesi scorsi risulta infatti la disponibilità di un’altra associazione a farsi carico della gestione e del rilancio della struttura. 

Quando esistono più soggetti interessati, cresce inevitabilmente l’esigenza di trasparenza e chiarezza.

Questo non significa fare polemica

Anzi: è doveroso partire da un ringraziamento sincero verso chi, negli anni, ha portato avanti la bocciofila. Un impegno spesso silenzioso, fatto di tempo, responsabilità e senso civico, che merita rispetto e riconoscimento.

Allo stesso tempo, è difficile non rilevare come in passato si sarebbe potuto fare di più per garantire continuità alla gestione. 

Già l’8 maggio 2025, in occasione degli atti vandalici, scrivevo:

“Avrei preferito una proroga tecnica (…) per evitare che l’ambiente restasse vuoto, senza presidio e quindi vulnerabile.
Scelte sbagliate che fanno male al patrimonio pubblico.”

Parole che nascevano dalla preoccupazione per uno spazio lasciato senza gestione ed esposto al degrado.

Proprio per questo oggi è ancora più importante accompagnare ogni scelta con la massima trasparenza: pubblicare gli atti, spiegare le ragioni, rendere comprensibile il percorso seguito.

Le decisioni pubbliche, soprattutto quando riguardano spazi così identitari per una comunità, devono essere non solo legittime, ma trasparenti. 

Ossia pienamente comprensibili e condivisibili.

lunedì 16 marzo 2026

Il 16 MARZO 1978: UN GIORNO DA NON DIMENTICARE

Il 16 marzo ‘78 fu rapito Aldo Moro, grande democristiano e uomo di Stato, protagonista di una stagione politica di altissimo livello che contribuì a trasformare l’Italia.


Quella mattina, in via Fani a Roma, gli uomini della sua scorta furono barbaramente uccisi e l’onorevole Moro venne sequestrato dalle Brigate Rosse

Fu uno shock per l’intero Paese. Non era solo il rapimento di un uomo: era un attacco diretto alla democrazia italiana da un manipolo sconsiderato di comunisti rivoluzionari.


Negli anni del terrorismo ci furono molti attentati e sequestri, ma pochi avrebbero potuto immaginare che i terroristi arrivassero a colpire in modo così violento uno dei principali uomini delle istituzioni

Lo Stato era sotto attacco. 

Il sequestro di Aldo Moro durò 55 giorni. Durante la prigionia, le Brigate Rosse inscenarono un cosiddetto “processo popolare” e diffusero comunicati chiedendo la liberazione di alcuni terroristi detenuti in cambio della vita dello statista.

Impressionante follia.

La classe politica italiana, con poche eccezioni, scelse (in modo sofferto ma condivisibile) la linea della fermezza, rifiutando la trattativa con i terroristi.  


Il 9 maggio 1978 il corpo di Aldo Moro fu ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani, a Roma, simbolicamente a metà strada tra le sedi della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano.

Un messaggio

Il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro restano uno degli eventi più drammatici della storia della Repubblica. 


Al netto della dietrologia da bar, le Brigate Rosse pensarono di colpire al cuore dello Stato e di innescare una rivoluzione

Accadde invece il contrario: il loro progetto fallì, la FERMEZZA (seppur dolorosa) isolò sempre di più il terrorismo, avviando il suo declino.

Si superò una stagione di violenza che la storia ricorderà come gli Anni di Piombo.

Questa pagina della nostra storia ci ricorda anche un’altra verità: le istituzioni democratiche possono essere imperfette, possono essere criticate, possono mostrare limiti e talvolta gravi deficit. 

È giusto protestare, è giusto alzare la voce quando qualcosa non funziona e chiedere che lo Stato migliori.


Ma proprio per questo dobbiamo ricordare che le istituzioni restano uno dei pochi pilastri e delle poche certezze che tengono insieme la nostra Repubblica. Sono il luogo nel quale la democrazia vive, si confronta e resiste alla prova della storia.


Difendere le istituzioni significa difendere la democrazia.


Ricordare oggi significa difendere la memoria di chi ha servito lo Stato e di chi ha sacrificato la propria vita per proteggerlo.


L’Italia non dimentica.

sabato 14 marzo 2026

RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: UNA RIFLESSIONE

In queste settimane il dibattito pubblico sulla riforma della giustizia — e in particolare sul tema della separazione delle carriere tra pubblico ministero e giudice — è diventato estremamente acceso.


Personalmente ho scelto di non intervenire nel confronto quotidiano non perché non abbia un’idea sul voto: al contrario, andrò certamente alle urne ed esprimerò la mia preferenza.

Ho però deciso di non partecipare alla discussione pubblica (sono stato contattato da comitati del SÌ e comitati del NO) per una ragione molto semplice: non mi è piaciuta l’impostazione con cui la politica ha trasformato questo momento.

Una riforma di carattere costituzionale, che riguarda l’equilibrio tra i poteri dello Stato e l’assetto della giustizia, avrebbe meritato un confronto “di merito”, serio e approfondito.

Invece, lo abbiamo visto, una gazzarra fumosa, un dibattito progressivamente ridotto a una delle semplificazioni più povere possibili:

se sei a favore del governo “vota sì”

se sei contro il governo “vota no”.

Nulla di più sbagliato, una semplificazione che ha finito per politicizzare una riforma istituzionale, che gli elettori avrebbero dovuto valutare sulla base degli effetti prodotti (eventualmente) nel lungo periodo per il sistema democratico e per i cittadini.


Per questo ho preferito rimanere in silenzio e limitarmi, solo adesso, alla pubblicazione di un contributo alla riflessione collettiva.

Il più possibile ragionata sui possibili effetti della riforma per gli amici che (leggendola)  potranno utilizzare per farsi un’idea propria.

L’equilibrio tra i poteri dello Stato è uno dei pilastri fondamentali di ogni democrazia costituzionale.


Il potere legislativo e quello giudiziario devono operare nel rispetto reciproco delle proprie competenze, senza invasioni di campo e senza sovrapposizioni che possano alterare il corretto funzionamento delle istituzioni.

Negli anni abbiamo assistito a diversi casi in cui governi nazionali o regionali sono stati fortemente colpiti mediaticamente a seguito di indagini che, in alcuni casi, non hanno poi portato a condanne definitive.

Quando questo accade, il danno politico e reputazionale è spesso già irreversibile.

Un episodio che segnò profondamente il clima politico italiano fu quello che coinvolse il primo governo guidato da Silvio Berlusconi, quando ricevette un avviso di garanzia durante il vertice del G7.

Al di là del merito giudiziario, quell’episodio contribuì a consolidare un fenomeno che in Italia è diventato ricorrente: l’avviso di garanzia percepito dall’opinione pubblica come una condanna anticipata.

Il punto, naturalmente, non può essere quello di mettere in discussione l’autonomia della magistratura — principio costituzionale imprescindibile — ma interrogarsi su un equilibrio complessivo che coinvolge magistratura, politica e sistema mediatico.

Su questo passaggio c’è unanimità, le differenze sembrano “sul come raggiungere questo obiettivo sacrosanto”.

Uno dei punti centrali della riforma riguarda la separazione delle carriere tra magistratura requirente (pubblici ministeri) e magistratura giudicante (giudici).

Oggi entrambe le funzioni appartengono allo stesso ordine della magistratura e, nel corso della carriera, è possibile passare dal ruolo di pubblico ministero a quello di giudice e viceversa.

La riforma propone una distinzione più netta tra questi due percorsi professionali.

Uno dei principali argomenti a favore della riforma riguarda la percezione di imparzialità del giudice.

Separare le carriere potrebbe rafforzare l’idea che chi giudica sia completamente distinto da chi accusa, aumentando la fiducia dei cittadini nella terzietà del tribunale.

Dall’altra parte, però, i detrattori della riforma sostengono che l’attuale sistema garantisce una cultura giuridica comune tra magistrati requirenti e giudicanti.

Questa unità professionale consente oggi una maggiore condivisione di formazione e principi interpretativi.

Separando le carriere si potrebbe quindi guadagnare in percezione di imparzialità, ma perdere parte di quella omogeneità culturale che caratterizza oggi la magistratura.

Il processo penale italiano è formalmente basato su un modello accusatorio, in cui accusa e difesa si confrontano davanti a un giudice terzo.

Secondo i sostenitori della riforma, la separazione delle carriere renderebbe questo modello più coerente: il pubblico ministero diventerebbe chiaramente una delle parti del processo, sullo stesso piano della difesa.

Tuttavia, i critici della riforma sollevano un rischio opposto: separare le carriere potrebbe nel tempo avvicinare il pubblico ministero all’area dell’esecutivo, come avviene in altri sistemi giuridici e ricevere maggiore esposizione dell’azione penale a possibili pressioni politiche.

Un ulteriore possibile vantaggio della riforma è la maggiore chiarezza istituzionale: ruoli e funzioni diverrebbero più distinti e più facilmente comprensibili anche per i cittadini.

Tuttavia, molti osservatori (fra i contrari)  sottolineano che questa riforma — pur rilevante sul piano costituzionale — non interviene su altri problemi strutturali della giustizia italiana, come durata dei processi, carenza di personale, organizzazione degli uffici e digitalizzazione del sistema giudiziario

In altre parole, I contrari sostengono che la riforma potrebbe migliorare alcuni aspetti dell’architettura istituzionale, ma non incidere direttamente su molte delle difficoltà che i cittadini incontrano nella giustizia quotidiana.

Un elemento che dovrebbe far riflettere è che il tema della separazione delle carriere non appartiene storicamente a una sola parte politica.

Nel corso degli anni sono state avanzate proposte simili da esponenti appartenenti a schieramenti diversi.

Questo dimostra che la questione riguarda l’architettura istituzionale dello Stato, non il destino di un singolo governo.


Ed è proprio per questo che sorprende vedere il dibattito pubblico ridotto quasi esclusivamente a uno scontro politico senza ch vi sia stata realmente offerta la possibilità di comprendere fino in fondo la riforma.

Non si è discusso abbastanza di quali siano le novità introdotte, di quali possano essere i benefici, di quali possano essere i rischi

Questo dovrebbe essere il cuore del confronto in ogni riforma costituzionale, perché in una democrazia matura, un voto dovrebbe essere guidato da una domanda semplice: questa riforma migliorerà o peggiorerà l’equilibrio istituzionale e il funzionamento della giustizia nel lungo periodo?

Non se conviene a questo o a quel partito o se rafforza o indebolisce il governo di turno.


BUON VOTO (il referendum non prevede quorum: chi vota decide per tutti) 


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Consigliere Comunale "Uniti per Cassina"

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