Oggi vorrei parlare di qualcosa che tutti vediamo, ma di cui forse facciamo fatica a capire davvero la complessità.
Da diversi mesi, nei pressi del parcheggio a nord della stazione metropolitana, a ridosso dei piloni, dorme un ragazzo.
Una presenza silenziosa, mai molesta, anzi gentile.
Ma la situazione sta diventando delicata, soprattutto sotto il profilo igienico-sanitario, anche per la presenza di ratti nella zona.
Non scrivo queste parole con intento polemico.
So bene che il Comune non è rimasto immobile.
Discorso delicato, provo a scriverne io, con serietà
In Italia, esiste una rete strutturata di interventi, servizi sociali, unità di strada, associazioni.
A Milano, ad esempio, operano decine di organizzazioni a supporto delle persone senza dimora, con percorsi di accoglienza, assistenza sanitaria e psicologica.
Anche sul nostro territorio ci sono singoli volontari straordinari che ogni giorno offrono pasti caldi, generi di prima necessità, ascolto.
E lo fanno spesso in silenzio, senza cercare visibilità.
Il punto, però, è un altro. Ed è molto più complesso perchè vivere in strada non è un reato.
Le istituzioni non possono intervenire in modo forzato se non per ragioni di sicurezza o igiene pubblica.
L’approccio possibile è quello assistenziale, non sanzionatorio.
I Comuni possono attivare il Pronto Intervento Sociale, proporre dormitori, centri diurni, docce pubbliche, residenza anagrafica virtuale, percorsi di reinserimento.
Possono intervenire con derattizzazioni e con il supporto dell’ATS per tutelare la salute pubblica.
Ma cosa succede quando la persona rifiuta ogni proposta?
Qualche tempo fa, parlando con uno di loro, mi sono sentito dire: “Non devi preoccuparti, io ho qui tutto e so come vivere.”
Parole che fanno riflettere. Perché dietro non c’è solo povertà materiale, ma una rinuncia più profonda: alla vita sociale, alle regole, forse anche alle aspettative.
Ed è qui che emerge la difficoltà vera: come si interviene quando manca la volontà di cambiare stile di vita?
Come si concilia il rispetto della libertà personale con la tutela della salute, sua e della collettività?
Non possiamo girarci dall’altra parte.
Non possiamo limitarci a dire “non è un problema nostro”.
Se da un lato è una persona tranquilla e rispettosa, dall’altro vive in condizioni oggettivamente pericolose per sé e per gli altri.
Forse serve un intervento più organico e continuativo: non solo l’emergenza, ma una presenza costante.
Un percorso che parta dai bisogni primari – lavarsi, curarsi, dormire in un luogo sicuro – e che costruisca lentamente fiducia.
Senza imposizioni, ma senza nemmeno rassegnazione.
Queste situazioni non hanno soluzioni semplici.
Richiedono equilibrio, umanità e collaborazione tra istituzioni, servizi sanitari, volontariato e cittadini.
Credo che la vera sfida sia questa: riuscire a tutelare la dignità della persona senza dimenticare la responsabilità verso la comunità.
E continuare a parlarne, con rispetto.
AM
