sabato 12 settembre 2026

PICCOLI COMUNI, 50 MILIONI DI EURO. MA….

Torno su un argomento amministrativo che mi affligge da decenni, non mi rassegno: giusto aiutare i Piccoli Comuni, ma attenzione alla “terra di mezzo” degli enti locali.


Sono 50 i milioni messi a disposizione dei piccoli Comuni con il bando “Crescere nei piccoli Comuni”, una delle opportunità più interessanti dell’anno per le amministrazioni con meno di 5.000 abitanti.


Ma il tema non è il bando promosso dal Dipartimento per le politiche della famiglia della Presidenza del Consiglio dei ministri e finanziato con il Fondo per le politiche della famiglia 2026. 

Come spesso accade quando arrivano risorse dedicate agli enti locali, le vere questioni sono la capacità di trasformare l’opportunità in servizi concreti e duraturi per le comunità e la costante esclusione della “terra di mezzo”: quei Comuni che hanno superato di poco i 5.000 abitanti.


L’obiettivo del bando è condivisibile: rafforzare nei piccoli centri i servizi di prossimità e le opportunità educative, sociali e relazionali per famiglie, bambini e adolescenti, promuovendo anche le relazioni intergenerazionali e la coesione delle comunità.


Non è un dettaglio.


Nei piccoli Comuni il problema non è necessariamente la mancanza di risorse economiche, leggenda che si trascina da vent’anni e che ha perso buona parte della sua ragione d’essere con l’allentamento delle norme di attuazione del “Patto”. Il problema è piuttosto la progressiva riduzione dei servizi, la difficoltà a mantenere aperti gli spazi di aggregazione, la diminuzione della popolazione scolastica, l’assenza di occasioni per bambini e ragazzi e l’invecchiamento della popolazione.


Quindi, se da un lato — lo scrivo da decenni è apprezzabile l’impegno del legislatore sulle iniziative intergenerazionali, perché mettere insieme bambini, ragazzi e anziani può significare costruire veri e propri laboratori di vita ed esperienze, dall’altra non è possibile escludere sistematicamente i Comuni che hanno superato da poco la soglia dei 5.000 abitanti e che continuano ad avere condizioni strutturali molto simili.


È questa la terra di mezzo degli enti locali: Comuni che non sono più abbastanza piccoli per accedere a determinate misure, ma nemmeno abbastanza grandi da disporre di strutture, personale e capacità amministrative paragonabili a quelle dei Comuni maggiori.


Il dato demografico, preso da solo, rischia di diventare un criterio amministrativo troppo rigido.


Perché è difficile sostenere che il passaggio, per esempio, da 4.999 a 5.002 abitanti determini improvvisamente un cambiamento della struttura organizzativa, faccia aumentare per magia il numero dei dipendenti o produca nuove capacità amministrative e progettuali.


Tre abitanti in più non trasformano un Comune in un ente strutturalmente diverso da quello che era il giorno prima.


E, naturalmente, la riflessione sul rapporto tra numero dei dipendenti e qualità dell’organizzazione non vale per Pozzo d’Adda, che è riuscito nell’impresa, ben più rara, di raddoppiare il numero dei dipendenti mantenendo sostanzialmente inalterate le pessime prestazioni di un Comune disastroso. 

Ma questa, evidentemente, è un’altra questione: puoi avere tanti giocatori (dipendenti) ma senza allenatore (Sindaco) con il suo staff (giunta) e schema di gioco chiaro (organizzazione) il fallimento amministrativo è scontato e inevitabile,


Il punto è semplice: una soglia numerica non può essere la fotografia della capacità effettiva di un ente.


Un Comune passato da 4.900 a 5.200 abitanti può continuare ad avere gli stessi problemi di quando rientrava formalmente tra i piccoli Comuni.


Per questo sarebbe necessario affiancare alla soglia demografica criteri più aderenti alla realtà: densità abitativa, andamento demografico, indice di vecchiaia, distanza dai servizi, capacità amministrativa e organizzativa, presenza di scuole e servizi sociali e, più in generale, le condizioni effettive della comunità.


Troppo difficile per i burocrati dei Ministeri.


Il rischio è continuare a costruire politiche pubbliche molto attente ai “piccoli Comuni”, ma cieche verso quella fascia di enti che, pur avendo superato i 5.000 abitanti, continuano ad avere bisogni e fragilità sostanzialmente analoghi.


Insomma, bene aiutare i piccoli Comuni, ma smettiamo di pensare che 5.000 abitanti siano una linea di confine oltre la quale, improvvisamente, tutte le fragilità scompaiono.


La demografia non funziona per soglie amministrative. E nemmeno i bisogni delle comunità possono essere ridotti a un dato tecnico.


AM 

giovedì 10 settembre 2026

POZZO, TELECAMERE, ANCORA SOLDI E ANCORA ATES: MA IL COMUNE COME PROGRAMMA?



Ogni volta che trovo qualche minuto per leggere un atto pubblico del Comune di Pozzo d’Adda, emerge un particolare che meriterebbe una spiegazione.


Diciamo che ho una certa inclinazione al controllo dell’attività amministrativa. Una specie di “curiosità cronica”, ma senza diagnosi e, soprattutto, senza possibilità di curarla. 


Mi aiuta a capire la confusione gestionale di questo (o altro) Comune.



Questa volta parliamo di videosorveglianza (a Pozzo) e della scelta del 07 settembre scorso con cui il Comune di impegnare altri soldi  per “manutenzione e installazione TVCC per attivazione telecamere”.

In altre parole, le telecamere non risultano ancora operative e servono ulteriori interventi per renderle funzionanti. 


Chi segue (anche poco) la dinamica amministrativa conosce i mantra di chi governa e ricorderà che il progetto dei varchi e della videosorveglianza era già in discussione nel 2024, quando si parlava di uno stanziamento di 50.000 euro e dell’installazione dei varchi.


Successivamente (fine luglio 2025) il Comune disponeva l’ampliamento dell’impianto, comprendente varchi per la lettura delle targhe, telecamere solari e telecamere fisse.


Sembra incredibile ma solo a settembre 2026, si scopre che per alcune di quelle telecamere mancavano ancora elementi essenziali: alimentazione elettrica, cavi e centraline.


Dico io, ma è normale che un impianto di sicurezza pubblica venga acquistato e installato senza che siano già state predisposte le condizioni necessarie per farlo funzionare?


Quando si progetta un intervento di questo tipo, non si dovrebbe ragionare dalla testa alla coda? Prima individuare le esigenze, poi progettare l’impianto, verificare dove collocarlo, come alimentarlo e come collegarlo, quindi installarlo e infine metterlo in funzione?


Perché prima si acquistano e si installano le telecamere, poi, a distanza di oltre un anno, si scopre che servono altri lavori per renderle operative. 

Siamo davvero davanti ad un caso  

di miopia amministrativa patologica, di  inefficienza.


La Regione - ogni anno finanzia questo genere di installazioni - il nostro Comune “buca” tutte queste occasioni (Memorabile fu l’acquisto della macchina della polizia locale, l’unico comune che non si è avvalso del bando regionale Ma ha preferito pagare con i soldi in cassa) 


Cosa è stato effettivamente previsto nel progetto di videosorveglianza originario? 

Se erano comprese, perché non sono state realizzate contestualmente?


Se non erano comprese, perché un elemento indispensabile al funzionamento dell’impianto è stato escluso dalla progettazione? Mentre i cittadini chiedono sicurezza, anche attraverso una importante petizione, il Comune non è riuscito a dare garanzie su funzionamento delle telecamere posate e non installate.  


Peraltro la procedura di sistemazione è stata avviata a metà agosto senza la preventiva decisione di contrarre Un’anomalia e sempre quando parliamo dei miei “amici” di ATES 


Avrei voluto parlare con il RUP ma non risulta formalmente individuato, o comunque non è pubblico. 

Male molto male.


Non sono sono dettagli burocratici irrilevanti, ma passaggi che servono a garantire ordine, trasparenza e controllo nell’utilizzo delle risorse pubbliche.

Ho già spiegato - con altri post -  quanto sia pericoloso per seguire la strada degli affidamenti ad Ates


A seguito del mio ultimo post sull’argomento, il Comune ha scelto Di cambiare strategia.

Non affida “in house” ad ATES ma procede con affidamento diretto (con l’utilizzo di due articoli del codice dei contratti differenti che portano comunque allo stesso risultato: i lavori sono affidati ad ATES) 


L’importo è sotto soglia e il Codice dei contratti consente l’affidamento diretto, ma se si sceglie direttamente un operatore, bisogna spiegare perché si sceglie proprio quello.


ATES è una società partecipata dai Comuni e con caratteristiche di società in house (la mensa è stata affidata “in house” per ovviare alle tempistiche di una gara. Ma la mission di ATES …. ho già spiegato nei precedenti post quanto sia stato delicato il passaggio)


Il precedente post ha aperto gli occhi al Comune e hanno scelto un affidamento diretto sotto soglia abbandonando (nel caso specifico delle telecamere) l’affidamento in house. 


Sono istituti diversi, con presupposti e motivazioni differenti. 


Ma a Pozzo d’Adda si ricorre ancora ad ATES senza rendere evidente se siano state valutate alternative presenti sul mercato. 


Il fatto che una procedura sia consentita non significa automaticamente che sia la soluzione migliore per il Comune.


Ho già provato a spiegare che un’amministrazione responsabile dovrebbe chiedersi non soltanto se può affidare direttamente un servizio, ma anche se quella scelta sia trasparente, conveniente, efficiente e adeguatamente motivata.


La concorrenza non è un ostacolo da aggirare ogni volta che l’importo consente l’affidamento diretto. È uno strumento per verificare prezzi, qualità e convenienza nell’interesse dei cittadini.


Insieme ad un gruppo di amici lavoriamo per dare a Pozzo una nuova dimensione amministrativa. 


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Consigliere Comunale "Uniti per Cassina"

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